Non può andare tutto bene se si riparte con la vecchia desolante politica

In questi mesi come movimento politico abbiamo vissuto, come tutti, il drammatico incubo della pandemia, dei lutti infiniti e del buio più totale che ci ha rapiti. Intervallati da flebili speranze nel futuro e daterribili angosce. Stretti a coloro che hanno vissuto in prima linea, non eroi ma persone straordinarie che uno Stato serio e che garantisse quanto sancito dalla nostra Costituzione avrebbe dovuto difendere, tutelare e non mandare al macello e allo sbando. I nostri attivisti hanno sostenuto per quanto possibile le grida e le denunce di cittadini, operatori sanitari e operai e partecipato all’immensa onda di solidarietà che ha accomunato l’Italia migliore. Ora forse (anche se timori, incertezze e allarmi sono fortissimi) l’incubo un po’ alla volta sta finendo alle nostre spalle. Andrà tutto bene è stato per settimane uno dei mantra più ripetuti, in maniera spasmodica e infinita. Come può “andare tutto bene” davanti al disastro, alla crisi economica e sociale, alle migliaia di morti e alle ferite lancinanti del Paese reale è per noi un mistero. E soprattutto, non può andare tutto bene se non si ha il coraggio di affrontare la realtà, condannare le immense responsabilità politiche e istituzionali e cancellare definitivamente quel sistema neoliberista e clientelare, corrotto e offensivo del bene comune, dei diritti dei cittadini soprattutto dei più fragili, impoveriti, sfruttati, deboli, degli ultimi e di chi è stato sempre e soltanto considerato al massimo numero di un pacchetto di voti da spostare a piacimento. Mentre nei palazzi ottenevano favori, affari, lavori e tanto altro coloro che avevano i giusti agganci, amici e conoscenti, i più bravi ad accreditarsi e farsi bello davanti al potente di turno.

Il panorama politico di queste settimane fa cadere le braccia, sconsola e fa capire che il futuro non sarà diverso dal passato, che non si è usciti (se si è usciti) migliori ma sempre gli stessi. Sono passati 28 anni dal crollo del regno assoluto dell’autonominato “re delle clientele” e siamo sempre allo stesso punto: segreterie di partito (come vediamo ad Avezzano e Chieti) e capibastone che considerano le elezioni come un risiko dove incasellare i propri uomini tipo battaglia navale, inchieste della magistratura (vedi Pescara) dove – al di là del rispetto della Costituzione che prevede la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva e considerando che, ad oggi, non è neanche sicuro che ci sarà mai un processo – cadono le braccia nel vedere ancora una volta in azione gli stessi medesimi meccanismi politici. L’anno scorso, davanti alle notizie nazionali (cadute nel silenzio assoluto qui, siamo stati quasi gli unici a prendere posizione) sui finanziamenti a fondazioni di area renziana dell’imprenditore abruzzese Toto (su cui mai nessuna procura ha sollevato finora alcun rilievo, lo sottolineiamo per amor di verità e chiarezza) abbiamo diverse volte ribadito che dovrebbero far riflettere e indignare le strette contiguità e permeabilità delle sfere d’interesse tra chi dovrebbe garantire il bene pubblico e potentati economici privati. Che rispondono a tutt’altro interesse, ovvero quello dell’utilità privata, e quindi non dovrebbero minimamente intrecciarsi con chi ha responsabilità di governo e amministrazione pubblica. Sono considerazioni che, con le dovute modifiche, possono valere persino per il “sistema Palamara” (dove è stato citato e tirato in ballo l’ex sottosegretario di governo, ex vice presidente del Csm e oggi commissario per la ricostruzione post terremoto, tra i tanti incarichi della sua pluridecennale carriera politica, Legnini), per le ultime notizie che vengono da Pescara o per la situazione autostradale – tornata d’attualità in maniera disastrosa in queste settimane – sia sulla costa che sul massiccio del Gran Sasso. Basta con la politica che si cura della propria res privata, basta con le cordate e le elezioni considerate campi di battaglia tra signori di “pacchetti di voti”, basta con un Abruzzo ancora ancorato alla subcultura del “re delle raccomandazioni”, ostaggio della mentalità degli “amici, amici di amici e amici degli amici degli amici”, dei favori, del clientelismo e del “s’aggiusta tutto”. Basta opacità, basta dami (come l’ex presidente della Regione Abruzzo, ex sindaco di Pescara ed ex presidente della stessa provincia, oggi senatore PD D’Alfonso si definì di Toto) e basta rapporti troppo stretti tra interessi economici privati e (più o meno presunti) rappresentanti della cittadinanza tutta.

Azione Civile, movimento politico fondato dall’ex pm e oggi avvocato antimafia Antonio Ingroia, Abruzzo